«Quanto tempo serve per arrivare al B2?» è una domanda legittima. Chi investe tempo e denaro in un corso vuole sapere quanto durerà il percorso.
Il problema nasce quando la risposta diventa troppo precisa.
Tre mesi. Sei mesi. Duecento ore. Un anno.
Numeri del genere sembrano professionali perché danno l’impressione di una pianificazione rigorosa. Senza conoscere lo studente, però, dicono molto poco.
Il QCER non definisce A1, A2, B1 o B2 attraverso il numero di ore trascorse in aula. Descrive ciò che una persona riesce a fare con la lingua nelle diverse attività comunicative. A livello B2, per esempio, il quadro parla della capacità di comprendere le idee principali di testi complessi, interagire con un grado di spontaneità e produrre testi chiari e dettagliati su una gamma ampia di argomenti.
Il livello è quindi una competenza osservabile. Non un timer.
Cento ore non sono sempre cento ore
Immaginiamo due studenti che seguono esattamente lo stesso numero di lezioni.
Il primo vive in un ambiente nel quale sente la lingua ogni giorno, legge, guarda film, parla con colleghi e fa gli esercizi assegnati.
Il secondo utilizza la lingua soltanto durante due lezioni settimanali.
Formalmente hanno frequentato lo stesso corso.
Nella pratica, l’esposizione complessiva è completamente diversa.
La lezione rappresenta una parte dell’apprendimento. Il resto avviene tra una lezione e l’altra.
Anche la lingua di partenza cambia il percorso
Un italiano che studia russo incontra molto presto problemi che nella propria lingua non esistono nello stesso modo: alfabeto cirillico, declinazioni, aspetto verbale, verbi di moto, accento mobile.
Un russofono che studia italiano incontra altre difficoltà: articoli, preposizioni articolate, uso dei tempi passati, concordanze, consonanti doppie, differenze tra imperfetto e passato prossimo.
Questo non significa che una lingua sia «più difficile» in assoluto. Significa che la distanza fra la lingua di partenza e quella di arrivo influenza il lavoro necessario.
Il livello non cresce in modo uniforme
Uno studente può avere una comprensione orale molto buona e una produzione debole.
Un altro può leggere testi complessi ma faticare a comprendere una conversazione veloce.
Un terzo può parlare con facilità e commettere ancora molti errori grammaticali.
Per questo la frase «sono B1» è utile, ma semplifica una realtà più articolata.
Il QCER stesso distingue attività e competenze diverse e mette a disposizione descrittori separati per comprensione, interazione, produzione e scrittura.
Quando si pianifica un passaggio da A1 a B2 bisogna quindi capire quali abilità sono già solide e quali stanno rallentando il resto.
Frequenza e continuità
Tre ore di studio concentrate in una sola giornata non producono necessariamente lo stesso effetto di tre ore distribuite nella settimana.
La lingua ha bisogno di essere richiamata frequentemente.
Quando passa troppo tempo tra un contatto e l’altro, una parte della lezione successiva viene spesa semplicemente per recuperare ciò che era già stato visto.
La continuità non significa studiare per ore ogni giorno. Può significare venti minuti di ascolto, una breve lettura, un esercizio, qualche messaggio scritto, una conversazione.
Quello che conta è ridurre i lunghi periodi di assenza dalla lingua.
Il ruolo dello studio autonomo
Una lezione individuale con un docente non dovrebbe essere utilizzata per svolgere meccanicamente tutto ciò che lo studente potrebbe fare da solo.
Il valore della lezione sta soprattutto nell’interazione, nel feedback, nella spiegazione dei problemi, nella correzione e nell’adattamento del percorso.
Parte della memorizzazione, della lettura e dell’esercizio può essere spostata fuori dalla lezione.
In questo modo il tempo con il docente diventa più produttivo.
Uno studente che non dedica mai tempo autonomo al corso costringe invece la lezione a svolgere anche funzioni che potrebbero essere affidate al lavoro personale.
La domanda «quando arriverò al B2?» nasconde spesso un’altra domanda
Perché serve il B2?
Per sostenere un esame? Per iscriversi a un’università? Per lavorare? Per parlare con clienti? Per trasferirsi? Per ottenere una certificazione?
Due persone che mirano formalmente allo stesso livello possono avere priorità molto differenti.
Per un professionista potrebbe essere urgente migliorare ascolto e conversazione nel proprio settore. Per uno studente universitario possono essere essenziali comprensione scritta e produzione accademica.
Un percorso serio deve tenere conto anche di questo.
Come misurare il progresso prima del B2
Se si aspetta soltanto il risultato di un test finale, gran parte dei progressi rimane invisibile.
Ci sono segnali molto più frequenti.
Una conversazione che prima sembrava troppo veloce diventa comprensibile.
Una frase che richiedeva dieci secondi viene prodotta quasi automaticamente.
Si comincia a pensare direttamente nella lingua in alcune situazioni.
Si riesce a raccontare un episodio senza prepararlo.
Si comprende una battuta.
Si scrive un messaggio senza passare prima dalla traduzione.
Sono cambiamenti piccoli presi singolarmente, ma insieme descrivono il passaggio dalla conoscenza alla disponibilità reale della lingua.
Le stime sono possibili, le promesse no
Dopo un test iniziale, alcune lezioni e un’analisi della disponibilità dello studente, un docente può formulare una previsione ragionevole.
Quella previsione deve però restare una previsione.
Se la frequenza cambia, se lo studio autonomo scompare o se l’obiettivo viene modificato, cambia anche il percorso.
Il problema non è quindi dare una stima. Il problema è trasformarla in una garanzia.
La domanda migliore
Invece di chiedere soltanto:
«Quanto tempo ci metterò ad arrivare al B2?»
può essere più utile chiedere:
«Che cosa devo ancora imparare a fare per essere davvero B2?»
La differenza sembra piccola, ma cambia completamente il punto di vista.
La prima domanda misura il calendario.
La seconda misura la competenza.
Ed è soltanto sulla seconda che un percorso didattico può lavorare davvero.
